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domenica 20 ottobre 2013

Senza Titolo


Honoré Daumier, I giocatori di scacchi, 1863 






























Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un'etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore ed una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.



Jorge Luis Borges.

lunedì 14 maggio 2012

Questa città

René Magritte, La condizione umana, 1935



Arrivai verso la mezzanotte,
rovistando fra le epoche, cercando cuori e città,
con un'apologia di Belmonte in tasca
vanificatrice di urla e angosce isteriche filoanimaliste.
Mi tuffo sorridente nel malgoverno migliore,
del resto la società ha di che farsi perdonare,
lavoro, noia, nucleare, la mafia delle case farmaceutiche;
del resto le affermazioni migliori dimorano nel vizio.
Una città cosi poco storica non ha molto da offrire
cosicché prendo una guida verso il nulla
alla modica cifra di quattro schiaffi ed un cammello,
per guadare il deserto come fosse un fiume.
Giallo paglierino, sudicio deserto della ragione
grida sciocchezze ed ipnotizza snobbismi
con le sue vetrine scoppiano guerre negli occhi degli astanti;
per fortuna brandisco una lingua scaccia inganni.
Mi travolge improvvisamente un'ondata di idealismi
ma non abbiamo l'età per cose disobbedienti
si rema tutta la vita verso la piena maturità
senza mai raggiungerla per poi ritrovarsi senza più denti!
Facce torve senza dimora
afferrano per aria tutte le stelle,
in alto campeggiano solo le insegne degli alberghi
e insieme l'ultimo scoppio assordante della desolazione.
Questa città è morta (e fa morire)
non si posson passare i giorni in casa a sbronzarsi
ma questa città ha speso tutto in sesso e alcool,
persino i preti qui non assolvono più nessuno.
E gli anni '20, che fine hanno fatto?
qui non vedo nulla che non sia nostalgia,
solo cimiteri di anime senza personalità
riempiono la quiete di quest'era.

Questa città è la giovinezza.

sabato 5 maggio 2012

Lo so

Jack Kerouac e Franco Angeli, Deposizione di Cristo, 1966


Lo so che non so scrivere
versi
Ma questo è il mio libro
di righine lattine
Di birra e allora compatiscimi
invisibile
Lettore lasciami pasticciare
anche
Quando ho i postumi & sono senza
idee.


Jack Kerouac

giovedì 22 marzo 2012

E allora mostra a tuo figlio un tramonto

Vincent Van Gogh, Salici al tramonto, 1888


E allora mostra a tuo figlio un tramonto
                                    prima che non ce ne siano più
                 consigliò un vecchio sinistroide
                                    esibendo la solita paranoia
                                                                         della
Sinistra
                 che adesso si è riversata sugli
                                                                ecologisti
                                                  e altri della stessa specie
sempre a farneticare sul
       buco dell' ozono e
                il cancro e il fumo e
                         la popolazione della terra
                                 che raddoppierà di nuovo
                                         entro il duemilaventi
e su come la terra
                   si stia avviando a un'improvvisa
                                      brutta fine
Mentre sappiamo tutti che i media e
                  i cartelli del petrolio e
                                   le compagnie del tabacco e
                                                 gli scienziati dell'industria e
                  il perplesso industriale in generale
                                            ci raccontano un mucchio di
stronzate
                                            e nient'altro che stronzate
            Quindi non c'è bisogno di preoccuparsi
                              "Nessun problema"
                                                    come dicono giù in città



Lawrence Ferlinghetti

Gli aggettivi del tempo

Salvador Dalì, La persistenza della memoria, 1931


Io nutro i dubbi sul creato- creatore che uno studioso di teologia dovrebbe vestire,
-idiozie!- balla, corri, fingi amore, spegni le luci, crocefiggi quell'asino, pendaglio da forca!-
perdo tempo al calar del sole nell'ascoltare il rumore del creato villano-rivoltato-affannato
farsi beffe del tempo, e giù con l'ennesimo eccentrico tramonto, fulmine a ciel sereno.
Sperando nell'ozioso sbeffeggiare del sole infausto, aspiro a spettrali-crepuscolari eruditi antiqui, non antiquati, dar brividi con la loro splendida ragione.
E brindo sorridente- sberla- ad un frutto marcito- zuccherino- alcolico guadando un fiume di rabbia mista a versi serali ciechi, lividi, grossolani, sbriciolati, certezze non certosine d'un tempo che corre verso il suo declino -non c'è declino di natura che possa scalfire il tempo, solo sabbia che scorre all'infinito son io!- E poi all'imbrunire le nuvole si fanno poesia, dopo esser state pioggia, freddo, strette di mano, orgoglio blando plumbeo, origlio al tuo creato-alla tua isterica new york- appiccicosa cera d'api.
E sbam, via un altro giorno-furbo-miserabile-ansioso-stanco-fumoso, rimbombano risate, rimbombano persino risate di chi non c'è- declino angoscioso della cognizione reale d'irrealtà fantasticata-precipitata-marmorea.
Il suo inflessibile imparare dall'imparare e poi disimparare tutto nell'arco d'una articolata, chiacchierata, scritta e riscritta crisi sociale, bam via al conflitto irreparabile. Giardino pieno di punti di domanda questa vita immersa in vite imperfette, clericali, piatte, regolari, ineccepibili, austere, fradice di noia, noia, sport, doccia, pizza! E fortunatamente ci son giovani che dimenticano i pettini, ah beati giovani senza pettini, non regalate emozioni lise, stirate, ordinate, preconfezionate!
Pensate a chi le ha già viste e riviste, brulle concezioni di vita-non vita, piagnucolosa spacca-budella, tu tanto ammirata sotto pietre e immondizia, ignorando tutto di noi, lì finirai.
Salgo, sudo, ridiscendo, svengo, brucio, urlo, credo in domande fantastiche- fantasticate-infreddolite spiar il tempo e non farsene una devastante, perentoria ragione.
Cedi, tempo, regalaci visioni estatiche e frenetiche, brilla tempo noioso, esplodi uragani, granai, di salite e discese verdeggianti, clericali, pubblicitarie, infarcisci d'India la tua miserabile, impensata, impensabile corsa- sbrana-  calcagna e vibra celeste di note estatiche- aromatiche- leali- esotiche! E se un solo giorno nella tua spettrale città non subissata dalle polemiche del troppo giornalismo-impero-substrato che inghiotte buon senso, si farà un gran falò di te e dei tuoi avi grigi-caos-big bang, delle ere e degli altari che ti amano, allora finirai sotto la fradicia nemesi  d'un tempo senza tempo, vuoto-deglutito-finito.

domenica 18 dicembre 2011

Non c'è spazio per la verità

Henri Matisse, Viso, 1949


Quest' ira non-epica non-eroica
esplode a rate al mattino
come nubi incerte e i loro tuoni
alla sera turgida passione
spinge via riverenza.
Vidi nella nebbia la figura
astratta e nebulosa della vanità
come un pianto dirotto
soffiare inquietudine
sul suo viso liscio, breve, eterno.
Arso dalla musica
spettro insaziabile
ripeto cento parole cruente
un pugno o un ellettroshock
un morso alle calcagna
in un foglio di quaderno
pieno di spazi vuoti e marchette.
Il jazz estenuante relax
lo yoga muscolare rotondità
angoli sparsi per le stanze
attenti al toro elettronico
pigiare sul freno
indaco, atipico
abbarbicato sul costone
della malinconia ignominiosa.
E piena d'argomenti
sesso, gometrie, mani,
invadi il campo mordace
martirio, delirio audace
i sogni più scuri
bussano al suonato jukebox
che è nella mia testa!
Colori e sapori
bruschi, radiosi, afosi
con la nostra poesia demente
tirar la volata
ad una società non pensante- amante
d'invidia, aforismi e finzione
adesso aspetta per l'ardore
prima è tempo di fingersi
maschere d'un gran carnevale.

mercoledì 23 novembre 2011

Mare d'inverno

Claude Monet, Mare di notte, 1866



Parto nel cuore della notte
con la notte nel cuore
direzione mare d'inverno.
Cibo messicano, pochi nickel
aspettando con impazienza il sole,
scalda-membra impertinente.
Centro un discorso,
spezzando frasi con boccate di sigaretta,
infilando una curva,
infierendo sulla quinta.
Quando il mare sarà libero
dalla sua aria sbarazzina
folla rassicurante
allora si, sarà un bel mare.
Mare d'inverno,
mi fa diventare un santo,
impossibile eguagliare tanta rabbia,
sberle di luce sulle increspature,
parole notturne
s'affacciano al cuore.
Miracolo dell'immaginazione
sbrana noiosa routine
vibra di giallo, verde, nero, blu, riposo.
Solitudine deride città,
prigione affollata scompare zoppicando
giaciglio brinda con la vodka
respiro cieli esatti,
non come la mia generazione.
Bevevamo terrore e mangiavamo isterie
lavoro, sberle, america, chiasso,
mare solitario
apprezza il mio cincin notturno.

lunedì 21 novembre 2011

Poesia come arte che insorge

Lawrence Ferlinghetti, Liberty on earth, 1992




Osa essere un guerrigliero poetico non-violento, un antieroe.
Controlla la tua voce più incontrollata con compassione.
Fai il vino nuovo con gli acini della rabbia.
Ricorda che gli uomini e le donne sono esseri
infinitamente estatici, infinitamente sofferenti.
Solleva i ciechi, spalanca le tue finestre chiuse, solleva il tetto,
svita le serrature delle porte, ma non buttare via i cardini.

Lawrence Ferlinghetti.

sabato 19 novembre 2011

Le ver luisant

Victor Brauner, Le ver luisant, 1933


Questa notte ho sognato il delirio.
Si, il delirio. Ma non quello dionisiaco, demoniaco, schizofrenico!
Ho sognato di dover comporre per soldi,
ho sognato un sacerdote balbuziente far alchimie con le certezze dei fedeli,
ho sognato una lucciola illuminare il cammino delle petroliere,
ho sognato un coro d'artigli svilire la complessità del groviglio della natura.
Ho perso le ali in questo sogno,
ho soltanto pochi spiccioli d'angoscia mescolata sapientemente..
all' alcool.
Cosa scegliere quando un'intera umanità di motori e grattacieli
imbalsama l'estro e la grazia del passato?
Mirare al fasto attraverso decine di gradini foderati di moquette rossa
o sperare in quella strana esistenza condotta a testa bassa?
Asfaltato dal ghiaccio di questa stanza
-brilla fulgida in fiamme una vaporiera nel river Thames-
aspiro a sensazioni che sembrano aquile luminose,
ma prima d'afferrare quel cenno di paradiso
mi inzacchero ancora e ancora fino alle ginocchia.
Non c'è ritmo, manca il cuore
ho afferrato lady k e spendo altre ore a cercare spiegazioni,
ma non sarà che...?
Perdo pezzi, tremo ancora, cerco segnali, spengo luci, dipingo stelle!
Ho sognato il delirio,
forse l'ho vissuto.

martedì 18 ottobre 2011

Sorcières

Johann Heinrich Fussli, L'incubo, 1781



Tappeto verde tiranneggia panorami
Mentre Signac e Seurat riscaldano tele
rosa, arancio, fuxia
Penso alle stanze ammuffite di Munch
stele, muschio, grigio, occhi spalancati
lei dorme

Guardo nella sua mente
vedo mare, vele, sole..? streghe..

martedì 11 ottobre 2011

Quello che non ho

Vincent Van Gogh, Ulivi con cielo giallo e sole, 1889



Sole ottobrino
ti spara la sua nostalgia in volto,
è superato e monocorde ma,
anche lui sa quel che sento.
Viaggi della mente
approdano in curve pericolose,
meglio star seduti in spiaggia,
esclamò lady sorriso.
Quel passato rimbalza pericolosamente
sulle rotaie grandiose di 'distendi le tue stelle',
mi disse un abito:
'osanna il tuo cammino'!
Ma un dio morto un bel giorno
o un surrogato di nostalgia
basteranno a far giorno?
Incalza quell'anima lì in fondo
paradiso o sedia elettrica
presto scoveranno un giudizio.
Quello che non ho,
son le tue pistole,
disse un poeta..
serviranno a guadagnarmi il sole!

domenica 9 ottobre 2011

Le pays qui regarde

José Benlliure y Gil, La barca di Caronte, 1919



Strattonai l'uomo tremante
urlai contro la sorte,
lungo le viuzze tortuose del paese irreale.
I giochi spettrali del governatore brillarono
come una bomba della grande guerra,
poi spirarono usignoli e cervelli bistrattati.
Una furia di persone invase il suo nome
ciechi bastonavano serpi russe
invocai i gialli viandanti del paese inverosimile.
E pietre, cavalli, razzi
partirono alla volta della grande grana
centrarono, spezzarono, rovinarono obiettivi.
Ma quel nome risuonava più forte di prima,
antiche affinità danzaron macumbe
gridavano le folle insabbiate.
Occhi rossi, via di qui e non c'è di meglio
piegarono gli ultimi semafori
ma io costretto urlai ancora il nome..
onestà, onestà, onestà!
Gli unici a sorridere sono i testimonial delle réclame
in questo paese sadico
imbevuto di nobiliare, immobile ignavia!

mercoledì 5 ottobre 2011

A tout à l'heure

Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q., 1919


Le sue mani guardavano giù,
i suoi occhi verdi sembravano schiacciati contro i vetri della finestra.
Rincorsi i miei vent' anni
adorando Rimbaud,
mentre il Tempo ci diceva di rinunciare alla grande giostra orbitante.
Due palazzi affrontati vennero giù col millennio,
la neve sovente ricopriva di sogno l'obbligo scolastico
e tu radiosa cancellavi macchie minute.
Decennio di cemento e kalasnikov;
sospinto da un passato al mercato dell'abbondanza
cercai la meraviglia in un piccolo crocefisso ligneo.
Erano inflessibili quelle acide sfingi ammonitrici,
-correre fra gi aridi campi in Sicilia-
mentre lei con passo aggraziato mi disse di conoscere Omero.
Solo più moderno.
Intanto pennacchi vennero su dalle stazioni, dai palazzi governativi,
cerchi insospettabili emersero fra le stoppie
cicatrici spensero i simpatici operatori del Futuro.
Sommersi dai distributori automatici,
disperava anche quel Dio reso zimbello,
e la folla sembrava sempre più Dio
armata dell'inattaccabile sicurezza di vincere la scalata alla Verità.
Dopo aver ascoltato il precipitare d'un satiro
e aver immaginato mari tramutarsi in paludi
saturo di presente,
aspiro ad avere severi baffi notabili!

mercoledì 28 settembre 2011

La caduta dei dannati

 
  Hieronymus Bosch, La caduta dei dannati, 1490
Hieronymus Bosch, L'inferno, 1490



..e ignari delle conseguenze scorticarono risorse e sopportazione del già divelto pianeta finché l'insaziabile Mietitrice dal sardonico sorriso s' affacciò sadica alla finestra della vendetta.
Origami insospettabili scaturiscono dalla mente della divina furbizia quando l'impaziente le porge la guancia e lì, fredda, essa pugnala a morte l' accecato portatore d' odio. Bollente, lo spirito incauto del vendicatore perde sovente l'equilibrio dinanzi al sorger del lume infernale della mente più lucida e, difficilmente, tale regola perderà effetto nell' avvicendarsi di nuove e sanguinose diatribe. Ira o fiera e lucida cattiveria?
-"Cattiveria", rispose ornato di ghigno l'infernale Belzebù.
Un mattino di gennaio portatore di nubi dal profilo scuro come i fatti che seguiranno vide l'onta\la giustezza (?) del crimine più grande sollevarsi nell'aria indurita dal freddo.

Dopo poche veloci note d'amor luciferino la notte divina avvolse inarrestabile ogni cosa ed il sacro ed adamantino Silenzio non fu interrotto più. Per secoli.
Tutto venne privato del fervore che l'animava e perfino i regimi paranoici, le celesti democrazie, i cuori più ardenti, l'ignoranza tracotante, la livida burocrazia furono presto immobilizzate nelle spire dell' insaziabile serpente di Ade.
Anime desolate persero la vista e con essa il senno e le morti incrementarono immerse nel fosco lago gelido del silenzio indistruttibile. Solenne assenza di rumore inghiottì il mondo attonito spargendo vendetta contro il nemico caotico e nulla avrebbe potuto intaccare quella coltre di nera e abissale potenza. Gli antichi dei lasciarono (o fecero in modo) che il mondo ne fosse inghiottito senza donare ai suoi abitanti né fuoco né calore e forse risero della condizione in cui versava la più arrogante creatura a cui avessero mai donato l' esistenza. Si trattava forse di una punizione?                                                                                              
L' uomo imprecava e prese ad odiare chi gli aveva tolto il sole e la luce e l' opportunità di poter osservare il mondo dall' alto del suo adorato pulpito.                                        
Era stato padrone l' uomo, era divenuto solo una creatura cieca e barcollante. Il suo regno stava per spegnersi infinitamente prima di quanto avrebbe potuto. Gelo e fame presero presto il sopravvento, incuranti della zoppicante operosità della stirpe umana e l'oceano infreddolito gonfiò il petto fino a conquistare orrendamente i litorali oziosi. Le infernali gote di Eolo spirarono gelida morte nei polmoni dell' adamitica progenie e tutto finì per essere corpo esanime ai piedi del trono famelico dell'oscena Noia.
Morì l' uomo fra le tenebre, e morirono gli dei di noia quando non ebbero più pedine da ingoiare!

lunedì 19 settembre 2011

Dov'è il mare?

Pieter Bruegel, Il trionfo della morte, 1562



Niente mare. Finito; scomparso nella gola di Nettuno!
Il sole si è levato e gettando un occhio giù è ora sgomento di fronte al vuoto acre e brullo lasciato
dall' immenso Oceano.
Il cielo sovrano tende al vino ora che non ha più il dovere di dipingere il mare e le splendide mareggiate autunnali non hanno lasciato nulla dell' inquietante suono della libertà.
La sabbia rosa dell' isola ora montagna da qualche giorno non viene più lavata e accarezzata dall' onda spumosa e la forte spalla di Atlante non è più bagnata dalle lacrime del mondo,
ora palla di terra e sabbia!
Dal deserto di petrolio sciamano branchi di uomini curiosi verso le sponde dell' oceano a lutto e le barche,
i ponti, gli argini sfiniti intonano canti sussurrati e malinconici alla luna.
I fiori, i torrenti e i monti innevati sono chimere e gli albatri, i gabbiani, i fenicotteri emettono echi lancinanti che si infrangono contro i volti sgomenti di uomini atterriti.
Cavalieri d'apocalisse divorano ira e speranza mentre colori cupi s'alternano minacciosi  sugli sguardi levati al cielo. Barche e navi arrugginite sfiorano in basso i burroni degli attracchi; le arterie vitali che segnavano pascoli e colline giacciono esanimi defraudate del loro vigore e della loro generosità e l' oceano panciuto e iracondo
è uno squarcio infernale fra le costole ferite del pianeta.
Orco sapiente ingoia- audaci, pesanti muggiti sferzano le nuvole; l' orrenda sparizione cala come drappo nero
su un volto terribilmente scavato dagli anni.

giovedì 15 settembre 2011

Echoes

William -Adolphe Bouguereau, La nuit, 1883


Luce risveglia-sensi spinge la notte oltre le rive del mondo;
figure lise assetate di ordigni- sentimento si lanciano col più incerto dei parapendii.
Anche Mattino audace ignora i pericoli e popola nuovamente gli orizzonti;
al suo arrivo rinuncio a grappoli di orfiche figure orbitanti.
Le ultime legioni d'ombre cingono d'assedio menti inermi mentre dissolvono gli ultimi sogni;
i colori s'innescano all'improvviso sui primi gradini del paradiso.
Mentre i gioielli si confondono con la luce adamantina del creato,
fra i viali apparecchiati e vetrine luccicanti, scopro crepitanti frasi ricoperte di polvere;
parole incolori che perdono vigore come fossero orologi molli e sconfitti.
Ora s'alza il ticchettio del tempo in un incredibile concerto di suoni;
collaborano automobili, uccelli, la folla, il rumore del pianeta che gira su se stesso.
Il pomeriggio viene a prendermi per mano col suo alito di fuoco:
ecco che il capitano ti guida nella vita rattoppata!
Le reti dei pescatori di lance catturano rombi panciuti mentre invecchia un altro sole;          
ma quel sogno esiste o no?
Erebo fa capolino fra gli ultimi scampoli dell'indimenticabile serenata dei girasoli.
Cento sparizioni eccellenti lasciano platee oniriche e pochi ma robusti fantasmi;
dopo il giorno immobile troneggia la notte metafisica.
Spira l'animo fiacco del pallido giorno ed echeggia l'insuperato grido delle operose tenebre;
il giorno annega nel lago rosso del tramonto.

mercoledì 31 agosto 2011

Il sogno

Picasso, Il sogno, 1932



Prosecuzione ed inizio,
disimpegno e culla,
artificio e piramide,
illusione e cosmo.
Come un veloce disfacimento delle linee
che ci avvolgono, dei monumenti, degli spazi,
delle case, piangono i sensi obliati
e resi nudi; strillano i versi in una navigazione ondosa,
gli spilorci astanti del giorno spirano come naftalina.
Gechi graziosi proiettano vaghi ricordi
su di un palco ammaliante, fradicio, insonorizzato,
ridenti ginestre vibrano, annullano l'irrealtà del tramonto.
Acqua calda, siero, nessun posto, veglia, specchio, lume,
incerottate virtù dissolte bussano al sogno,
chiedono asilo, fuggono dal tormento.
Ardore, le rive della tua anima, se io potessi,
cecità, nebbia, parole, serpi, le sponde di un lago
azzannano spiriti passeggeri, fiere, grida,
rileggo i numeri dei pegni appena trascorsi.
Sancisce il vincitore diurno, spilucca
sensazioni in un irrequieto moto ondoso,
fascicoli avari spezzano le mie risorse, non farlo,
cerca il senso, non obliarti ancora, flusso inesatto
di coscienza, errore inconscio, sarebbe meglio
resettare i nastri.
Finzione.

venerdì 19 agosto 2011

Percezione del presente

Rembrandt, Il festino di Baltassar, 1635


E' davvero acqua passata la fuga dai bombardieri tedeschi?
Ad APOLOGIADINTERVENTISMO anche gli angeli dei secoli passati girano i tacchi.
E quell'arco trionfante nei giardini delle città celebra cosa?
Lei ride-
-Malgrado tutto i cieli vibrano ancora di note azzurre
e sovrana tranquillità risuona nelle bocche di quei ragazzi lì in fondo-
Mentre squilla un pensiero infelice si cercano già soluzioni cibernetiche
e i prati sornioni pettinati come collegiali sorridono frastornati.

Rembrandt prepara banchetti a Babilonia
e Golconda prima del risveglio risplende nell'aria coi suoi mille diamanti;
cadendo dalla sedia come le borse occidentali,
scorgo già l'immensa palude dal nome CONTOALLAROVESCIA.
Lei ride-
-Verso ovest ci sono paradisi dai nomi esotici e speranze terse,
leggere brezze esaudiranno i nostri desideri come stelle agostane-
Non cerco profezie e non inseguo le bugie dell'oro,
adoro indossare pinne di squalo come fossero peana spartani.

Sollevo una bomba dal grano;
Lei sorridendo dice-
-E la poesia?
Era meravigliosa, color del cielo, vagheggiava placidi suoni-
E' un'umanità intenta a precipitare,
le veglie notturne ruminano splendidi soli grigi
e i distributori di meraviglie hanno smesso di rendere il resto.
Anche i templi e le loro grandiose rovine hanno cambiato posto,
ora lucidano le loro lapidi al cimitero della Civiltà.

Spesi ore nel rincorrere il tuo freddo fantasma,
dammi il benvenuto,
correrò il rischio di soccombere per la tua lingua addomesticata,
e tu, che con l'incedere di una pantera risplendi al sole come esplosioni,
non rischi forse lo stesso,
morire sotto il peso di questo cielo colmo d'oro ed uranio?

domenica 14 agosto 2011

Viaggio

Picasso, Tre donne sotto un albero, 1907


Miriadi di occhi planano su dinamiche sconosciute,
miriadi di mani sfiorano distrattamente anime e battigie che non carezzeranno più,
miriadi di sensi vibrano di stupore di fronte a qualsivoglia immagine,
e poi,
mulinare ad Amsterdam fra i suoi canali,
vagheggiare Roma e le sue meraviglie,
incrociare fumose congetture a Parigi in agosto,
vagabondare a Praga con Mozart e Kafka,
osservare una foto con madame la Liberteé sullo sfondo,
attraversare ponti e celebrare differenze,
sorseggiare vini e rimanere abbagliati dalla potenza del mare nell' angusto fiordo,
assaporare la meravigliosa e celebre fragranza della libertà in ogni pasto come in ogni tramonto,
predicare anche per un solo attimo abitudini e confessioni che non ci appartengono,
restaurare la dignità d' esser liberi da noiose costrizioni,
disonorare reiteratamente l'ospitalità di casa natale.

Arrivo a Lagos e siedo sugli scalini della chiesa missionaria,
con fare circospetto risalgo piano con gli occhi la mappa boscosa,
dita che rintracciano stormi variopinti e animali da tregenda,
la luce sui rilievi barbuti inneggia soavemente a madre natura,
dieci donzelle arancio sorridono al turista della vita non condizionata,
ingoio gatti spelacchiati e confortanti sorrisi d'avorio,
questa coreografia sembra non aver tempo!

A Lagos mi libero delle mie ali lucenti,
azzurro e verde pulsano nelle vene,
cesto di vimini azzanna pasti miserevoli,
grande nube grigia risplende d' acqua,
palme senza spiaggia presagiscono un grande sciopero di dispensatori d'europa,
mentre smunte vacche profetizzano stagioni incerte.

A Lagos il tempo ha vomitato sprazzi d' umanità e moderne armi europee,
zero grattacieli, fiumi di nere baracche in guaine di polvere,
feste che risuonano in lontananza gettano nelle ortiche america in frac!
Mi chiedo che sapore avranno il regno della foresta violata 
e il sinuoso Jeliba spudoratamente mutilato.

A Lagos ho perso la voglia d'origliare alla porta dei ricchi,
cento bambini inzaccherati ascoltano gli angeli della civiltà,
mentre le automatiche applaudono alla brama dell'oro;
a Lagos ho perso la mia algebra.

venerdì 12 agosto 2011

Paris

                                                                           Monet, Chiesa di Saint-Germain-l'Auxerrois, 1867


    Childcity, Aprilcity,
    Spirits of angels crouched in doorways,
    Poets, worms in Hair, beatiful Baudelaire,
    Artaud, Rimbaud, Apollinaire,
    Look to the nightcity-
    Informers and concierges,
    Montparnassian woe, deathical Notre Dame,
    To the nightcircle look, dome heirloomed,
    Hugo and Zola together entombed,
    Harlequin deathtrap,
    Seine generates ominous mud,
    Eiffel looks down - sees the Apocalyptical ant crawl,
    New Yorkless city,
    City of Germans dead and gone,
    Dollhouse of Mama War.

                                                                                                                       
    Gregory Corso.